Risponde del reato di violenza sessuale il medico che “palpa” la paziente con il pretesto di somministrare trattamenti estetico-sanitari


Evidente la responsabilità per il reato di violenza sessuale, alla luce dei racconti fatti dalla paziente. Definitiva la pena: diciotto mesi di reclusione. A rendere più grave la condotta del medico è il fatto che la donna soffrisse all’epoca di depressione (Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 42518/2019, depositata il 16.10.2019).

La depressione della paziente rende più gravi le palpazioni ‘invasive’ messe in atto dal medico, che col pretesto di trattamenti estetico-sanitari l’ha costretta a subire una vera e propria violenza sessuale. Definitiva perciò la condanna, alla luce dei racconti fatti dalla donna (Cassazione, sentenza n. 42518/19, sez. III Penale, depositata oggi).

Ricostruita nei dettagli la vicenda, le parole della donna, molestata con palpazioni ‘invasive’ dal medico di famiglia, sono valutate dai giudici come attendibili e sufficienti per una condanna dell’uomo, ritenuto colpevole di «violenza sessuale» e punito con diciotto mesi di reclusione.
Pronta, e inevitabile, la replica del difensore dell’uomo, che con il ricorso in Cassazione prova soprattutto a mettere in discussione la versione fornita dalla donna. A questo proposito, il legale parla di semplici «suggestioni» da parte della persona offesa che, a suo dire, «avrebbe travisato la manovra di medicina estetica» subita, attribuendole «connotazione sessuale».
Allargando poi l’orizzonte, il legale aggiunge che «durante lo svolgimento delle manovre» incriminate la donna indossava degli occhiali scuri che «le avrebbero impedito di avere contezza visiva» di ciò che accadeva, e pone in evidenza anche «il dato patologico della personalità della donna, sofferente» all’epoca «di uno stato depressivo».

Per i Giudici della Corte, però, va respinta l’ipotesi che «i trattamenti estetico-sanitari» praticati dal medico siano stati «scorrettamente percepiti dalla donna come invasivi della propria sfera sessuale». Difatti, viene ritenuta evidente l’attendibilità dei racconti fatti dalla persona offesa, attendibilità che non può essere messa in dubbio dal semplice richiamo al suo «stato depressivo». Anzi, «lo stato patologico della donna» è un «elemento a discapito» del medico, poiché «il tradimento della professione medica appare tanto più grave se si tiene conto del fatto che le violazioni sono state poste in essere nei confronti di un soggetto altamente vulnerabile per le sue problematiche di depressione».

a cura di Alessandro Gargiulo

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