“Insolito Feuilleton”. Lo strano caso dell’Avvocato Grenouille. Capitolo III


Dall’episodio precedente … Grenouille aprì la porta tarlata e si trovò in una stanza polverosa, lungo le pareti emergevano colonne di mobili archivio e sulla parete di fronte cera una scritta “C.a.n”, strana sigla pensò mentre si grattava il capo nervosamente, imprecando contro se stesso e questa volta per non aver dato ascolto all’altra parte di sé, quella che aveva saggiamente suggerito di mandare tutto al diavolo e tornarsene allo studio. C’era odore di muffa e immondizia dappertutto. Non appena avesse incontrato il dirigente, pensò, ne avrebbe dette di cotte e di crude sullo schifo ed il modo di tenere una stanza di un Palazzo di Giustizia che, anche se vecchio, rimaneva pur sempre un luogo di una certa importanza, e prese a camminare avanti indietro come fosse un condannato a morte, arrabbiato come una belva alla quale hanno portato via il pasto.

L’avvocato Grenouille attese a lungo. Per ingannare il tempo e furioso per quella vicenda che cominciava a diventare davvero irritante, prese a perlustrare la stanza. Sembrava che qui il tempo si fosse fermato ad anni prima, dato lo spesso strato di polvere – coltre che ricopriva ogni cosa, a cominciare dai fascicoli ammassati e trasbordanti dai mobili archivio arrugginiti e malandati. Sentiva il ticchettio di una goccia d’acqua o forse era un orologio, un suono flebile ed intermittente che si intrufolò nel cervello come un tarlo. Sulla parete sinistra della stanza si apriva una porta scura che dava ad un corridoio stretto, una sorta di cunicolo, Grenouille vi si affacciò curioso ma senza voglia di perdersi in rocambolesche avventure, dato che di tempo da spendere ormai non ne aveva più. L’indomani sarebbero scaduti infatti i termini per un appello, al quale non era riuscito a lavorare ancora. E come avrebbe fatto a scrivere un atto d’appello in così poco tempo, non lo sapeva.

***

La Signora Blanc Mouton era piombata nel suo studio un mese prima, biascicando parole confuse sull’iniquità del sistema giudiziario e sul trattamento che aveva ricevuto dai giudici del Vecchio Palazzo di Giustizia.

“Avvocato, la causa era praticamente vinta” – aveva affermato stringendo i suoi occhi sottili e allungati verso l’esterno del viso – “il suo collega, quel ciarlatano, ha sbagliato tutto e non è stato all’altezza della situazione! Lei non si rende conto di quanti soldi mi ha fatto buttare per poi – e qui si era fermata, tirando dalla borsetta di lana un fazzoletto tricolore – farmi perdere tutto.”

“Signora – aveva incalzato Grenouille, tirando il collo verso di lei – non so se il mio collega sia un ciarlatano o meno, posso dirle che siamo pieni di avvocati ciarlatani. Quasi la maggioranza lo sono…”

“Ecco vede che ho ragione” piangeva disperata.

“Dicevo, non so se il collega è stato ciarlatano o no, dobbiamo fare appello ma la prego, mi lasci il carteggio e la sentenza che do uno sguardo a tutto e le dico”. C’era voluta un’ora buona, con annessa camomilla e miele che la signorina Oie aveva procurato chiamando il bar di Cochon, a due isolati dallo studio, per far calmare Blanc Mouton che lasciò un acconto e corse via come se avesse avuto una brutta notizia.

“Tutti casi umani” aveva bofonchiato la signorina Oie, senza guardare Grenouille che facendo spallucce, si era catapultato sul carteggio della nuova cliente bisbigliando tra sé e sé “almeno questa ha portato anche la grana”.

***

Il tempo trascorreva, i minuti si rincorrevano veloci mentre attorno si sentiva il rumore di passi furtivi, probabilmente di dipendenti al piano di sopra, quante ore erano passate, due, tre, quattro? A Grenouille parve di essere lì da un’infinità di tempo. Cominciò a stufarsi, ritornò indietro, fece capolino dalla porta d’ingresso sul corridoio ma tutte le porte erano chiuse, la luce delle lampade era stata abbassata e la penombra non faceva vedere quasi più nulla.

“C’è nessuno?” gridò Grenouille.

L’eco della sua voce fu l’unica risposta che ricevette. Tornò verso l’ascensore, solo adesso si rendeva conto che – diversamente dagli altri piani – ve ne era uno solo e pigiò il pulsante con la freccia in giù, ma sembrava fosse tutto spento. Inauditò, sbraitò, quanto tempo ancora avrebbe dovuto perdere prima di lasciare quel maledetto luogo che già odiava di per sé data la mancanza assoluta di servizi per gli addetti ai lavori. Maledizione a Marmotte, bestemmiò, mi sono fatto intortare come un girino alle prime armi. Mi sarà convenuto poi tutto questo impiccio?

Grenouille fu afferrato alla gola da un brutto sospetto. Quel maledetto dell’impiegato topo, lo aveva ingannato, non era mai andato a chiamare nessun direttore, gli aveva mentito ed ora era intrappolato in quel piano 30 della Torre Z, dal quale pareva non ci fosse alcuna via d’uscita.

Non si dette per vinto, dovevano pur esserci delle scale. Incredibile, pensò, come in tanti anni che frequentava quel maledetto e fatiscente Vecchio Palazzo di Giustizia, non avesse mai preso le scale. Ma poi cerano delle scale? Per forza dovevano esserci, in caso di incendio come avrebbero fatto, i cancellieri e i dipendenti e gli utenti a scappare via? Si mise di buona lena a percorrere in lungo e largo il corridoio ma nulla: le porte erano chiuse a chiave, non c’erano le scale e non vi era alcuna via di fuga.

Si ricordò della stanza polverosa e la strana porta posta sulla destra all’interno della stessa. Che schifo questo Tribunale, si disse, non ci sono scale e, a questo fottuto piano 30 solo un’ascensore. Adesso gli faccio vedere io a questa gentaglia, faccio un casino, prima esco da questa prigione e prima chiamo tutte le televisioni e i giornali del paese e gli faccio fare una di quelle figure di merda così grandi che non se la dimenticheranno mai più.

Schiumante di rabbia, Grenouille rientrò nella stanza polverosa con la scritta C.a.n., chissà poi che voleva dire maledetta scritta, la esaminò perché l’istinto gli disse che era davvero insolito che una stanza all’interno di un Vecchio Palazzo di Giustizia fosse ridotta così, con un calcio aprì la porta di ferro sulla parete sinistra, varcò la soglia e fu inghiottito dal buio del cunicolo.

Anita P

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