Il populismo giudiziario di Piercamillo Davigo. Una critica


Piercamillo Davigo è un personaggio noto da oltre vent’anni, essendo stato con Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e il procuratore  Borrelli,  il protagonista dell’inchiesta “Mani pulite”. Si è ritagliato per sé da un po’ di tempo le vesti di censore permanente e il ruolo di custode supremo dell’ordine e della legalità.

Il magistrato ha coltivato anche la sua ascesa nel mondo della magistratura organizzata fino a capeggiare una sua corrente tra i togati. Alla testa della sua componente, è entrato nel Csm con lusinghieri consensi, risultando il consigliere più votato. Dotato di un temperamento particolarmente assertivo, il dottor Davigo non ha fatto mancare la sua presenza sui media dai quali ha sostenuto, sempre con il piglio che gli si conosce, tesi che ritiene inconfutabili o quasi.

Il punto però è che non si tratta solo di opinioni che riguardano questioni giudiziarie, anzi. In tutta evidenza le esternazioni di Davigo si allargano anche a valutazioni di tipo politico. Si tratta certo della libera espressione del pensiero che, se è legittimo diritto di ogni cittadino, per un magistrato togato, tanto più consigliere del Csm, impatta però su questioni di opportunità.

Si può pensare che per la sua storia professionale e la sua competenza il dottor Davigo sia da considerarsi come il caso di uno straordinario servitore dello Stato a cui è difficile negare il diritto ad esprimere il suo parere, tanto più che è in buona compagnia di tanti suoi colleghi. Ora non vorremmo sbagliare, ma il fatto che egli si proponga come una sorta di supremo sacerdote delle questioni giudiziarie, quasi come un garante della legalità e del buon funzionamento della macchina giudiziaria, quindi di quella amministrativa e poi, da lì è un passo, di tutto l’edificio dello Stato tocca anche delicati aspetti politici di carattere più generale.

In realtà, la capacità di presenza nel dibattito pubblico di Davigo non è un dato da disgiungere dalla capacità di plasmare in qualche misura il senso comune, vista la larga platea a cui è in grado arrivare. Che il prestigio di cui goda ne alimenti la visibilità mediatica è indubbio, ma che questo sia garanzia della fondatezza delle sue tesi è alquanto discutibile. E discutibile, infatti, è stata la sua presa di posizione nel caso della “riforma” della prescrizione del ministro Bonafede da lui sostenuta. L’ultima proposta, poi, di rendere gli avvocati solidali con i clienti condannati per le somme non versate allo Stato è illogica e contraria a ogni principio giuridico. Proprio per queste ragioni pensiamo che le posizioni di Davigo spesso siano opinabili e che su di esse si possa ben opinare.

Il punto è che Davigo incarna una particolare forma di populismo, il populismo penale, e a voler essere precisi una costola di questo: il populismo giudiziario o, per meglio dire, il giustizialismo, che non lo vede solo ma con non pochi giornalisti e politici a fargli da corte.

Come ricorda Luigi Ferrajoli, il populismo penale è un’espressione  degli odierni populismi. Attraverso di esso viene perseguito il  consenso popolare non solo invocando misure punitive, ma anche  politiche e pratiche che si sostanziano in aperte violazioni dei diritti  delle persone  – forse che nella cancellazione della prescrizione non è vi è una chiara violazione del principio di un giusto e ragionevole (nella durata dei tempi) processo?- e talora in veri e propri reati.

E se il populismo penale ostenta “poli­tiche esse stesse illecite, consistenti in lesioni massicce dei diritti umani”, il populismo giudiziario ritiene che si possano ledere anche principi superiori. Insomma si afferma la primazia di un potere su un altro con tanti saluti a Montesquieu. Si può così arrivare a sostenere che si possa sopprimere la difesa nel processo di appello, come pure si è espresso qualche magistrato non più in carica o di rendere gli avvocati solidali con i loro clienti per la condanna alle spese come ha sostenuto dallo stesso Davigo.

Insomma, il populismo incarnato dal dottor Davigo mette il potere giudiziario al di sopra di tutti gli altri poteri compresi, sembra, i principi costituzionali. Proprio per questo le sue posizioni sono di fatto politiche. Lo scopo di difendere la legalità, che viene proposto come obiettivo, diventa il velo che copre un’idea di organizzazione dei poteri dello Stato e, di fatto, un programma politico. E saremmo pronti a scommettere che rischia di diventare anche un progetto politico.  Essendo, come si è detto, una forma di populismo, anche il giustizialismo si rivela particolarmente incline a tutelare il potere costituito e a restaurare antichi privilegi, più che a ripristinare  una metafisica legalità.

E ancora. Come tutte le forme di populismo anche qui c’è  un nemico da additare. Per Davigo sono la politica, e dunque i politici, e poi gli avvocati. Che qui, certo, nessuno vuole difendere come corporazione. Ma anche questo attacco lascia intravedere il carattere tutto politico del “progetto Davigo”. Il quale potrà essere legittimo, anche se sull’opportunità  restano intatti tutti i dubbi di cui sopra. Altrettanto legittimo però dovrebbe essere considerata la battaglia delle idee contro le posizioni del magistrato e di chi la pensa come lui. Soprattutto perché questi non possono ammantarsi della toga per rivestire, con una presunta neutralità e tecnicità, i propri programmi che sono interamente politici.

Se per Davigo l’umanità sembra dividersi in due categorie: chi è in galera e chi ci andrà, con la gente che in galera ci deve andare il più in fretta possibile e senza fare tante storie, c’è da guardarsi bene dal seguire le sue idee in campo giudiziario non meno che quelle di altri populisti in campo sociale e politico. Le conseguenze potrebbero rappresentare un conto troppo alto da pagare per tutti.

Raffaele Cimmino

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