Compressione dei tempi del processo: il caso Cesaro e la reazione degli avvocati. La parola al Presidente della Camera Penale di Napoli Nord, avv. Felice Belluomo


Felice Belluomo è avvocato penalista cassazionista e Presidente della Camera Penale di Napoli Nord (Aversa – CE)

Presidente, è di pochissimi giorni fa lo scontro tra la difesa ed il Presidente del collegio giudicante, Francesco Chiaromonte, al processo agli imprenditori Raffaele e Aniello Cesaro, fratelli del senatore di Forza Italia Luigi (prosciolto in questo procedimento), imputati di concorso esterno in associazione mafiosa, in corso al Tribunale di Napoli Nord. I difensori dei sei imputati hanno abbandonato la difesa per protesta contro “l’eccessiva compressione dei tempi del processo”: al processo sono state calendarizzate tre udienze a settimana per sentire 130 testimoni. Qualcosa di incredibile. La Camera Penale di Napoli Nord ha indetto l’astensione dal 27 al 31 gennaio con delibera recente: è una risposta al Presidente del Tribunale?

Guardi, per Statuto e per inclinazione professionale e personale, noi come Camera Penale non siamo abituati a parlare del merito dei singoli processi, siano i Cesaro o chiunque altro. Quanto accaduto nel processo Cesaro è forse solo la conseguenza e l’effetto esasperante di una situazione venutasi a creare e trascinatasi nel tempo. Noi non siamo né i difensori dei Cesaro né i difensori dei difensori dei Cesaro, tra l’altro tutti amici e validissimi Colleghi di rilievo nazionale e lustro dell’Avvocatura partenopea. Lo dico a scanso di ogni equivoco, infatti, dalla lettura della nostra delibera si evince altro.

Può illustrarci i motivi?

Il motivo è il famigerato decreto 163 del Presidente del Tribunale, il quale muove le mosse da presupposti in diritto per noi errati e porta a conseguenze di ingestibilità e di insostenibilità dell’intero complesso delle udienze penali a Napoli Nord. In pratica, pur di celebrare quel famoso processo ai fratelli Cesaro e con l’obiettivo dichiarato della sua conclusione entro tre mesi, i tre Giudici che compongono il Collegio sono esonerati da ogni altra attività ed udienza che avevano sul proprio ruolo. La conseguenza è che tutte le udienze dei Giudici a latere vengono rinviate almeno a quattro/cinque mesi ed i processi degli imputati detenuti – tranne pochissimi processi – riassegnati ad altri Giudici. L’effetto immediato è – e sarà- , l’aumento dei ruoli dei Giudici, ad esempio tre ruoli, da dover gestire con centinaia di testi, imputati, avvocati e parti processuali le cui esigenze vengono completamente pretermesse per consentire la celebrazione “in tempi utili” di un solo processo.
La sensazione immediata è che vi sia un’accelerazione per questo singolo processo. La celerità, l’oralità, il giusto processo entro tempi ragionevoli, la necessità di trattare i processi con detenuti con priorità (art.132 bis disp att.), come anche l’idea che il Giudice che raccolga le prove sia lo stesso che emetta la sentenza, sono bellissimi concetti per cui da sempre ci battiamo come avvocati, eppure, paradossalmente, con questo decreto diventano l’argomentazione esclusiva per svolgere il processo Cesaro entro soli tre mesi. Appare assurdo che gli stessi principi sembrano venir completamenti dimenticati per la celebrazione di tutti gli altri processi. Ed inconcepibile anche in relazione alla pianta organica dei Magistrati impegnati nella gestione delle udienze penali di Napoli Nord per il carico esistente.

Presidente, ci sono termini di scadenza delle misure dei fratelli Cesaro?

Ripeto, non vorrei entrare nel merito del processo Cesaro ma mi consta che i termini di scadenza delle misure decorrano a novembre 2020 o addirittura ad aprile 2021 per un complesso meccanismo di recupero di cui non è il caso parlare.
La regola è quella che stabilisce il codice di procedura penale ex art 190 bis c.p.p che prevede che, qualora dovessero mutare il Presidente o tutto il Collegio, le prove raccolte restano valide e la sentenza può essere emessa anche con un Tribunale in composizione diversa da quella iniziale. Sa in vent’anni anni di processi di criminalità organizzata in tutta Italia quante volte mi sono imbattuto in questa regola? Sembra che nel processo Cesaro questa regola o la si voglia scongiurare o non valga. Ben venga l’intenzione di esser più celeri ma che il principio valga per tutti i processi con detenuti a Napoli Nord, quindi non solo per un solo processo o solo per alcuni detenuti. Perché se i Cesaro sono presunti innocenti da sottoporre a processo in tempi ragionevoli lo sono tutte le centinaia e migliaia di imputati liberi o detenuti che siano e che stanno celebrando il processo al Tribunale di Napoli Nord. Non comprendere questa disparità significa essere sordi e ciechi all’evidenza, al netto di tutte le difficoltà logistiche, di mezzi e spazi minimi a Napoli Nord che come Avvocatura viviamo quotidianamente ed abbiamo denunciato da anni.

Durante l’udienza sono volate “parole grosse” tra il Tribunale ed il Prof. Maiello in aula

Sì, io dico sempre che un processo penale non debba mai scadere in scivolate personali. Sono convinto che, quanto prima, in quel processo ritornerà il buon senso ed un clima sereno. Sta di fatto che l’Avvocatura, e parlo in generale, deve sempre rispettare le decisioni del Giudicante ma anche quest’ultimo deve garantire ogni spazio all’esercizio del diritto difensivo: il Giudice – chiunque esso sia – oltre che imparziale deve sembrare imparziale. Questo in generale. Nello specifico, posso dire solo che un calendario con udienze ristrette e concentrate in tre mesi (o due mesi perché sembra che il Presidente sia prossimo al trasferimento anche prima) e tanti testi ancora da ascoltare, mortifica l’attività difensiva nella propria accezione di normale e sereno svolgimento.

Oltre l’astensione locale deliberata dalla Camera Penale di Napoli Nord, c’è l’astensione nazionale per il giorno 28 Gennaio indetta dall’Unione delle Camere Penali Italiane

Sì la battaglia che l’UCPI sta portando avanti è una battaglia di verità e di civiltà. Il tema è sempre quello della prescrizione che dopo la sentenza di primo grado, con la Legge Bonafede, crea di fatto la figura dell’imputato a vita e della vittima che dovrà avere ristoro, magari anche dopo 30 anni. Al netto della risposta di uno Stato che anziché sancire il proprio fallimento e quindi scongiurarlo investendo su mezzi ed uomini, su risorse e nuovi modelli più veloci del processo penale, congela tutto lasciando le persone in balìa di un tempo indefinito.

Argia di Donato

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