In memoria dell’Avvocato Aldo Cafiero


Andrea e Aldo Cafiero
Avvocati

Aldo Cafiero, decano degli avvocati del Foro di Napoli, è scomparso all’età di quasi 94 anni. Le esequie si sono svolte nella stessa chiesa ove furono celebrate dodici anni fa le esequie del figlio Andrea, anch’egli avvocato. Dopo il rito funebre, gli avvocati presenti si sono trattenuti per ricordare aneddoti ed episodi sul defunto. Personalmente lo conobbi il giorno in cui m’iscrissi nel registro dei praticanti procuratori legali. Nel cortile di Castel Capuano, a quel tempo sede del Tribunale di Napoli, c’era una stanza (in verità modesta) adibita a sede della Camera Penale. All’esterno, seduto su una sedia, si trovava l’avvocato Cafiero, con il quale conversai; non mi ricordo su cosa ma ricordo che, al termine di quell’incontro, m’invitò nel suo studio. Non raccolsi l’invito perché preferivo il diritto amministrativo a quello penale. Sette anni dopo, nel Palazzo di Giustizia di Napoli da poco inaugurato, affrontai i miei primi processi penali ed ebbi così l’occasione di incontrarlo in udienza. Era un pugnace, come lo ha definito qualcuno in chiesa. Un modello di riferimento per gli avvocati, soprattutto giovani. Molti anni dopo, si trattenne in udienza con me e una collega, raccontandoci la sua carriera per oltre un’ora, nell’attesa di un giudice che non arrivava. Mi colpì un passaggio del suo racconto: i suoi primi passi a Castel Capuano senza essere “figlio di papà”. Lo ricordò con emozione e un pizzico di commozione, che mi colpì talmente tanto da indurmi qualche anno fa a citare quel ricordo nel mio secondo legal thriller, “De cuius”, inserendo il personaggio dell’avvocato Moriero dietro il quale si celava, in realtà, l’avvocato Cafiero.

Riporto qui di seguito quel brano del romanzo: “Di questa mattinata trascorsa con Bruno nel Tribunale di Torre Annunziata mi resterà soprattutto il ricordo del casuale incontro con un amico e collega del Foro di Aversa: Luigi, detto Giggino. Con Giggino si parla poco di diritto e molto di pettegolezzi relativi a colleghi o comunque a persone del nostro ambiente di lavoro: essendo informato su tutto e su tutti, ascoltarlo equivale a sfogliare uno di quei settimanali “rosa” che le signore afferrano dai parrucchieri con finta noncuranza e vera avidità. A Giggino non piace frequentare il Tribunale di Aversa, ospitato nel Castello Aragonese, “perché non c’è il cortile”. Quando me lo disse rimasi interdetto per qualche secondo, perché sapevo che il Castello Aragonese, al contrario di quello che sosteneva Giggino, di cortili ne ha ben due, uno interno e uno esterno. Purtroppo per Giggino, però, quei cortili sono adibiti al parcheggio delle auto dei dipendenti del Ministero della Giustizia e dei magistrati e non, come sarebbe piaciuto a lui e ai colleghi che non vogliono andare in tribunale “solo per le cause”, ai capannelli per galli, galline e capponi amanti dei pettegolezzi. A volte questi capannelli assumono una forma diversa, soprattutto nei contenuti: sono dei circoli chiusi nei quali gli avvocati di uno stesso foro con una certa esperienza si scambiano informazioni e opinioni sul lavoro. Se nei frivoli capannelli si racconta l’ennesima gaffe dell’avvocato Tizio con qualche impiegata, nei circoli chiusi si spiega come mai il celebre imputato Caio abbia nominato suo difensore il semisconosciuto avvocato Tizio, reputato non all’altezza di cotanto cliente. Bruno frequenta da poco il tribunale e ancora non ha notato l’esistenza di queste abitudini ma, se e quando supererà l’esame di abilitazione e intraprenderà questa professione, si renderà conto di questi circoletti, frequentati tanto dai penalisti che dai civilisti. Fu un anziano avvocato penalista, Aldo Moriero, il primo che mi parlò di questi ambienti. Stavamo aspettando entrambi che iniziasse un’udienza, il giudice tardava a presentarsi, allora l’avvocato Moriero si abbandonò nostalgicamente ai ricordi dei suoi primi anni di professione, quando era uno sconosciuto figlio di nessuno (perché in tribunale se non sei figlio di un avvocato anche un padre ufficiale della Guardia di Finanza è un signor nessuno) che si aggirava per Castel Capuano, l’antico maniero un tempo sede del Tribunale di Napoli, fino al 1994 unico tribunale della mia provincia e nel quale io stesso, timido provinciale, mossi i miei primi passi. Lì c’era un cortile monumentale, il “top dei cortili”, come sentenziò Giggino, esperto della materia. E in un angolo poco illuminato di quel cortile c’era anche un circoletto esclusivo, quello dei più navigati tra gli iscritti alla locale Camera Penale. Il neofita avvocato Moriero si accorse di questa specie di sinagoga a Piazza San Pietro e cercò di entrare a farne parte, ma non ci fu verso. Dovettero trascorrere molti anni, molte suole consumate nelle udienze, a cominciare da quelle pretorili, molti successi e qualche sconfitta, prima che gli avvocati di quel circoletto, più esclusivo di un rotary o di una setta di bramini, lo accogliessero tra gli adepti. Accoglienza che, nella narrazione omerica dell’avvocato Moriero mentre attendevamo l’arrivo del giudice, equivaleva a una sorta di consacrazione, come quando uno scrittore o un attore ricevono un premio, anche se minore”.

Vedere la bara di un avvocato è come vedere un testimone. Non mi riferisco al testimone che noi avvocati interroghiamo nei processi ma al testimone del tempo storico e delle trasformazioni sociali e – soprattutto – al testimone che si usa nella staffetta in atletica. Perché quel testimone è caduto e non può restare per terra come se fosse il corpo di Astianatte sotto le mura di Troia, simbolo di una storia che si chiude per sempre. Un avvocato o altri avvocati dovranno raccogliere quel testimone, per poter proseguire e tramandare una storia: quella di una professione che ritrova le ragioni del suo orgoglio nell’esempio di chi ha saputo interpretarla con la schiena diritta, come – per l’appunto e per esempio – l’Avvocato Cafiero.

Agostino la Rana

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