Il Codice penale ai tempi del Coronavirus


 Avv. Federico Iossa, componente della Commissione Penale del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli 

Dal 26 marzo è entrato in vigore il provvedimento sotto forma di Decreto legge che ha di fatto depenalizzate le violazioni alle misure di contenimento. Ora chiunque violi tali disposizioni sarà passibile solo di una sanzione amministrativa, che corre sui binari classici di quelle in violazione del codice della strada, da  400 a 3000 euro. Sono previsti una serie di divieti, come quello di uscire di casa, al di fuori dalle ipotesi espressamente previste quali  spostamenti individuali limitati nel tempo e nello spazio o motivati da esigenze  lavorative, o situazioni di necessità o urgenza, da motivi di salute o da altre specifiche ragioni. La novità sostanziale, che ha cercato, forse invano, di mettere ordine tra la caoticità di normative in atto, è quella dell’abolizione della fattispecie contravvenzionale del reato di cui all’art. 650 c.p. Uscire senza valida motivazione, che nel gergo comune si è subito trasformato nel “reato di passeggiata”,  è punito solo con sanzione amministrativa da 400 a 3.000 euro. Attenzione a coloro che incespicano nella violazione della norma attraverso l’utilizzo di un veicolo, poiché in quel caso la sanzione è aumentata fino ad un terzo. Sempre salvo che il fatto non costituisca illecito penale. Ne consegue che le migliaia di denunce che nei giorni precedenti i trasgressori hanno accumulato attraverso i controlli delle Forze dell’Ordine, si avviano verso una inevitabile archiviazione. Il principio di successione delle leggi penali, sancito dall’art. 2 del codice sostanziale, infatti, prevede tra l’altro che  “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato”.  Rimane in piedi la contestazione, a carico di coloro che infrangono la quarantena, nel caso di positività al virus. di gravissime ipotesi di reato quali l’epidemia dolosa (punibile pure con l’ergastolo) o colposa (pene da 3 a 12 anni). 

Quale sorte allora avranno le ordinanze dei Governatori, o quelle dei Sindaci dei Comuni?

L’articolo 3 del provvedimento richiamato, a ben guardare, consente alle regioni di “introdurre misure ulteriormente restrittive”, rispetto a quelle statali. Ciò solo allorquando si verifichino “specifiche situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario” nel loro territorio, o in una parte di esso. Con due limitazioni però. La prima è che le ordinanze locali possono restringere libertà dei cittadini esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza, e “senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale”. Inoltre, e questo è un punto di complessa risoluzione attuativa,  tale potere è permesso ai governatori “nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri”, e con “efficacia limitata fino a tale momento”. Ciò rende ancora più tortuoso il percorso di risoluzione dell’applicazione normativa inerente i rapporti tra Stato ed Organi Regionali.

È oramai nota ad esempio l’Ordinanza Regionale della Campania n. 24 del 25.03.2021, che ha prorogato le restrizioni temporalmente, ed ha interpretato in maniera decisamente più restrittiva le indicazioni della normativa governativa: divieto assoluto di passeggiare o fare attività motoria all’aperto. Ciò, quindi, conferma che le Regione abbiano un margine discrezionale più ampio, sicuramente più ampio dei Comuni, poiché sul punto invece la norma statale è netta e precisa.  L’art. 3 c/2 del Decreto prevede, infatti, che i “Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia – si legge nel decreto -, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, né eccedendo i limiti di oggetto cui al comma 1”. 

Il provvedimento normativo ultimo, emanato sotto forma di Decreto, se da un lato quindi pone l’accento sulla centralità della Legge, sottoposta al potere di controllo del Presidente della Repubblica, e quindi in alternativa allo strumento fin qui utilizzato, ovvero il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di garanzie per la limitazione delle libertà individuali, da un altro non risolve in maniera chiara e scevra  da artificiose interpretazioni il conflitto di potere tra Stato e Enti Regionali.

Entrando, poi, nel merito e nel dettaglio dei reati configurabili nelle ipotesi di trasgressione alle normative adottate, se Caio attesta, nell’autodichiarazione, di effettuare lo spostamento per motivi lavorativi (falsamente) o dichiarando false generalità, allora sarà passibile del reato previsto e punito dall’art. 495 c.p., ovvero “Falsa attestazione o dichiarazione ad un pubblico ufficiale”, con pene che vanno dall’ uno ai sei anni di reclusione. Nel caso invece in cui, Caio non rispetta l’alt imposto dalle forze di polizia intente nell’effettuare gli ordinari controlli sugli spostamenti, sarà punibile per il reato di “Resistenza a pubblico ufficiale”, di cui all’art. 337 c.p., con la pena della reclusione da sei mesi a cinque anni.

Come detto, inoltre, con una clausola di riserva, l’articolo 4, comma 6, del D. L. n. 19 del 25 marzo 2020fa salva la configurabilità del reato di cui all’articolo 452 del codice penale, ovvero “Delitti colposi contro la salute pubblica”, che può essere commesso dal soggetto positivo a Covid-19 con le condotte tipiche del reato di cui all’articolo 438 del codice penale “Epidemia” consistenti nella diffusione di germi patogeni, punito con la pena della reclusione da 1 a 5 anni.

Cosa accade, infine, nell’ambito delle Persone Giuridiche, nelle Società che ancora svolgono attività produttive perché non raggiunte dai provvedimenti del lockdown?

Come è noto in ambito societario per la responsabilità da reato sono previsti i modelli applicativi di cui al d.lgs n. 231/01, che sostanzialmente ha aggiunto alla responsabilità della persona fisica autore del reato, anche la responsabilità dell’impresa. Ebbene quanto ai reati astrattamente configurabili, nella fase emergenziale del Covid19,  la valutazione, in relazione al proliferare della normativa in merito, risente inevitabilmente dell’oggetto sociale dell’attività di impresa. Astrattamente configurabile rimane la commissione del reato presupposto di cui all’art. 25 septies del d.lgs 231/01, ovvero ”omicidio colposo o lesioni gravi o gravissime commessi con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro”, in capo al datore di lavoro. Il delitto di lesione personali colpose ex art. 590 c/3 c.p., prevede la reclusione da 3 mesi a 1 anno, la multa da € 500 a € 2000 (lesioni gravi)  e la reclusione da 1 a 3 anni (lesioni gravissime). L’omicidio colposo aggravato ex art. 589 c/2prevede la reclusione da 2 a 7 anni.

Altre ipotesi astrattamente configurabili in capo al datore di lavoro sono “Violazione delle misure di contenimento” ex art. 4 d.l. 19/20, che prevede la sanzione amministrativa da 400 a 3.000 euro e come sanzione accessoria la chiusura dell’esercizio o dell’attività da 5 a 30 giorni. Esempio tipico il datore di lavoro, che gestisce un’attività non essenziale, non provvede alla sospensione delle attività o, se l’attività è qualificata come essenziale, non provvede ad un adeguamento dell’assetto organizzativo/funzionale dell’ambiente e delle modalità di lavoro.

Così come l’ art. 282 d. lgs. 81/08e l’art. 55 d. lgs. 81/08, “Sanzioni T.U. per la sicurezza sul lavoro” che prevedono l’arresto fino a 6 mesi e ammende fino ad € 7.147,67. Esempio classico allorquando il datore di lavoro non informa il personale del pericolo esistente, né offre in dotazione delle precauzioni; si disinteressa dell’effettiva adozione delle misure di protezione da parte dei dipendenti; omette di richiedere al medico competente l’osservanza degli obblighi in capo a quest’ultimo.

Federico Iossa

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