Il Covid e il disagio dei bambini: il diritto del minore all’ascolto


In materia civile, nel contesto giudiziario minorile e in quello ordinario, l’ascolto del bambino passa trasversalmente attraverso le varie forme di disagio familiare, anche le più gravi, delle quali il bambino diventa “il portatore sano”.

E così, pur dovendo evitare rischiose generalizzazioni, chi si occupa di questa materia, giudice togato e/o onorario o consulente/perito, tende a riconoscere in ogni bambino un modello di comportamento internalizzato che porta con sé le caratteristiche, le peculiarità del problema, del disagio, della patologia del gruppo familiare.
Parliamo dei bambini ostaggio, conflittualizzati, dei bambini terapeutici, adultizzati, dei bambini vittime passive di una genitorialità malata.
Nel racconto di sé e della sua famiglia, il bambino è un po’ un fotografo scomodo che riprende la realtà così come la vede, proiettando sull’immagine la sua percezione e il suo vissuto.
Il risultato di questa operazione è la verità, non in assoluto, ma la sua verità, non elaborata come quella degli adulti, più grezza e vicina alla sua intelligenza emotiva.
Lo psicologo o il giudice che ascolta il bambino, deve ogni volta fare un’operazione preliminare di risanamento, di pulizia dei possibili stereotipi e pregiudizi.
L’ascolto del bambino possiamo definirlo una situazione relazionale “triangolare”, che pone lo stesso al centro, tra l’interlocutore esperto (il giudice/lo psicologo) e la famiglia, con le sue difficoltà e aspettative.
L’età del bambino è un elemento importante per modulare la comunicazione.
Il bambino in età prescolare, avrà una struttura egoica elastica, mobile, che si rimodella su quella dell’adulto con una certa facilità. Ogni bambino è indotto dalle figure di riferimento, e, nell’interazione con altri adulti, porta con sé l’impronta dell’induzione genitoriale, che riconosce, a prescindere dalla qualità della stessa, come un suo punto di forza.
L’ascolto/audizione con il bambino si struttura quindi come “un puzzle” che aspetta di essere composto: i pezzi da abbinare li sceglie lui, la figura finale sarà una sua creazione a cui l’esperto avrà collaborato con la sua presenza attiva ed empatica. Attraverso la parola e il non verbale si può entrare in contatto con il mondo interno del bambino, e cogliere la sua capacità di gestire il reale e di mediare con i suoi piccoli o grandi segreti.
Teniamo conto che il racconto che il bambino porta con sé durante l’ascolto non è tanto condizionato dal suo vissuto esperienziale quanto piuttosto dalla modalità comunicazionale e dalla carica empatica del giudice o dello psicologo che conduce l’audizione. Se la comunicazione (verbale e non) “rassicura” il bambino, dal punto di vista dell’accoglienza e della vicinanza, egli si convincerà che è nella situazione giusta e che potrà fidarsi e affidarsi. Diversamente, risponderà alle domande e sollecitazioni dell’interlocutore, con espressioni essenziali, scarne ed ermetiche, e con reazioni, verbali e non, che si diversificheranno in relazione alla fascia d’età del minore e al suo sviluppo cognitivo–affettivo.
L’ascolto del minore ha dunque un suo “setting”, che presuppone la presenza attiva, la vicinanza fisica ed emotiva tra il minore e l’adulto esperto, in un tempo piuttosto definito, senza interruzioni e interferenze. Esso si svolge in un’ottica di interdisciplinarietà, nella quale categorie giuridiche e categorie psicologiche si intersecano, tracciando un percorso in cui i bisogni e le esigenze evolutive, affettive e relazionali assumono una connotazione normativa che confluisce nel diritto per poi restituire alla psicologia le sue intuizioni e finalità diagnostiche e prognostiche.
L’audizione/ascolto rappresenta il nucleo centrale dell’attività istruttoria in materia civile, è lo strumento che aiuta il giudice a valutare e decodificare tutti gli elementi che confluiscono nell’indagine.

Tutto questo appartiene all’ascolto prima del coronavirus.
Oggi ascoltare i bambini e i ragazzi che cosa comporta?
È pensabile poter realizzare questi passaggi e cogliere gli aspetti psicodinamici dell’ascolto con un’udienza da remoto, nella quale la percezione e la visualizzazione sono ridotte in un’immagine ristretta, che preclude l’osservazione e la decodificazione di tutti gli aspetti comunicazionali del linguaggio non verbale?
I tempi dell’audizione, in sede giurisdizionale, devono essere diretti, intensi, brevi e scanditi dal vissuto del minore.

Questo complesso impianto metodologico può essere garantito, anche solo parzialmente, da remoto?
No!

La pandemia ha portato, come sostiene la dott.sa Sandra Recchione, magistrato di Cassazione e componente del Consiglio Direttivo dell’AIPG (Associazione Italiana di Psicologia Giuridica), una repentina rivisitazione della cultura dei diritti fondamentali. “Il diritto alla vita e alla salute prevalgono, e hanno marginalizzato l’attività giudiziaria. I diritti dei minori sopravvivono”.
C’è stato, di fatto, un brusco cambiamento nelle prassi operative dei Tribunali per i Minorenni, che si traduce in un ritorno all’indietro del diritto del bambino di essere considerato persona, con tutte le conseguenze rispetto al contrasto di eventuali condotte pregiudizievoli che sfociano nelle diverse forme di trascuratezza, maltrattamento e abuso. Il tutto aggravato dall’assenza della scuola, prezioso spazio “neutro” di appartenenza del bambino, vissuto come complementare e/o alternativo a quello familiare.
L’attuale tempo della pandemia si presenta come un tempo di restrizione dei diritti, in cui intercettare le difficoltà e la sofferenza di alcuni bambini e ragazzi “invisibili” sarà più difficile.
Bisognerà tenere alta l’attenzione, mettere in campo tutte le possibili risorse dei Servizi territoriali e contare sulla capacità di resilienza dei bambini in difficoltà, con la speranza di poter ripristinare, prima possibile, l’impianto degli interventi sociali e giudiziari di protezione.

Alessandro Gargiulo

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