Il diritto alla tutela giurisdizionale alla prova della pandemia


di Luca Longhi

Non si vuole in questa sede perorare a tutti i costi la causa degli avvocati, quanto piuttosto accendere una spia sull’effettività delle garanzie previste dall’ordinamento, in un periodo che presenta particolari incertezze e precarietà. Mai come in questo momento, la giurisdizione reclamerebbe la massima attenzione da parte dell’opinione pubblica, poiché è intorno ad essa che ruota in concreto la consistenza dello Stato di diritto.

Dall’emergenza sanitaria in corso potranno scaturire effetti ulteriormente calamitosi per la collettività sul piano del godimento dei diritti.
La Carta costituzionale è stata sollecitata dalla crisi in ogni sua parte, con un impatto potenzialmente dirompente sulle vite dei consociati (lavoro, libertà di circolazione, diritto allo studio, libertà religiosa, per citare alcune delle situazioni più evidenti).
Ecco perché all’operatore giuridico è richiesta, a maggior ragione in questa fase, una seria riflessione sulla tenuta delle istituzioni democratiche, da cui, come è facile immaginare, dipenderà in larga misura la ripresa del Paese. 

Luca Longhi, Avvocato del Foro di Napoli e Associato di Istituzioni di diritto pubblico 
Università Telematica Universitas Mercatorum

Non si vuole in questa sede perorare a tutti i costi la causa degli avvocati, benché la rivista si indirizzi soprattutto alla categoria, quanto piuttosto accendere una spia sull’effettività delle garanzie previste dall’ordinamento, in un periodo che presenta particolari incertezze e precarietà.
Mai come in questo momento, la giurisdizione reclamerebbe la massima attenzione da parte dell’opinione pubblica, poiché è intorno ad essa che ruota in concreto la consistenza dello Stato di diritto.
Le misure adottate in materia appaiono penalizzanti in primo luogo per i cittadini, cui dovrebbe essere istituzionalmente rivolta la funzione nello spirito dell’art. 101 Cost.
Una tutela giurisdizionale demandata prevalentemente, se non del tutto, allo strumento telematico finirebbe per vanificare il modello del giusto processo nelle sue molteplici implicazioni, tanto più in presenza dei costi attualmente in vigore per i diversi settori (civile, amministrativo, tributario) e senza entrare qui nel merito dei profili dei singoli sistemi giudiziari.
Tali costi risultano oltremodo ingiustificati e sproporzionati se si tiene conto delle mutate condizioni in cui viene erogato il servizio da remoto, che non implicano più, ad esempio, la medesima frequentazione e fruizione degli uffici giudiziari che avveniva in precedenza. 

In questo contesto socio-economico, una simile riorganizzazione del processo rischia di dissuadere l’utenza dall’accesso alla tutela dei propri diritti, anziché mirare all’efficienza, che rappresenta da sempre uno dei veri punti dolenti della macchina giudiziaria (si pensi al tema della ragionevole durata dei giudizi).
Un allontanamento del cittadino dalla giurisdizione non sarebbe per nulla coerente con gli obiettivi della giustizia sostanziale e della certezza del diritto, in vista dei quali era stato concepito il nostro ordinamento giudiziario nei suoi presupposti fondamentali.
All’indomani della pandemia, in previsione di un ritorno alla normalità, sarà necessario ripartire dalla promozione della cultura dei diritti, altrimenti nella società si imporrà un clima di odio e di prevaricazione del prepotente ai danni dei più deboli.
È anche e soprattutto in questa direzione che devono guardare le battaglie dell’Avvocatura, orientandosi nella prospettiva dell’interesse generale, non potendo la comunità sopportare il peso di una domanda di giustizia lasciata sostanzialmente inevasa.  

Luca Longhi

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