Napoli prima e dopo il Covid


di Raffaele Cimmino

Abbiamo alle spalle tre mesi come mai nella storia del paese e della nostra città. Forse neanche negli anni dell’ultima guerra ci sono stati giorni silenziosi e strade vuote con in quei giorni di paura. Ma adesso si apre davanti  un mondo nuovo. La certezza è infatti che quello che abbiamo vissuto fino a febbraio sia stata per certi versi un’altra epoca. Vale per tutti gli aspetti della vita associata, quella pubblica della politica, per l’economia, per la cultura. Nulla sarà come prima, è stato spesso ripetuto. E probabilmente sarà così. Ma il nulla sarà come prima non può essere la fatalistica rassegnazione ad accettare le cose che verranno. Soprattutto perché non saranno il prodotto del fato, ma il risultato di scelte da fare in campo politico ed economico.
La pandemia alcune lezioni le ha impartite. La prima è che non si può lasciare tutto al mercato. Che un paese moderno, ben organizzato mantiene un forte  ruolo nei settori nevralgici ad esempio nella sanità. Senza un forte sistema sanitario distribuito sul territorio non si è in grado di reggere l’urto di una pandemia aggressiva come quella ancora in corso, che non sarà la sola e l’ultima ad attaccarci, come ripetono da tempo gli esperti.
E ancora: senza una struttura economica solida, ben organizzata, in grado di produrre ricchezza in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, gli squilibri diventano una minaccia per tutti. Le spinte alla dissoluzione della coesione nazionale vanno contrastate, la tendenza alla sussidiarietà ripensata, il ruolo degli interessi generali rilanciato. Sono indicazioni generali, certo: come possono valere per una realtà complessa e difficile come la terza città d’Italia?

C’è la necessità che Napoli torni ad avere una classe dirigente larga e una direzione. Occorre mettere in campo una idea di città condivisa in cui l’interesse pubblico torni ad avere uno spazio rilevante. Serve una forte azione  che favorisca una riarticolazione del sistema economico e produttivo dell’area cittadina e metropolitana. Vanno sicuramente stroncati  gli appetiti della criminalità organizzata, che in questa fase può trovare terreno fertile per speculazioni e investimenti; ma è un rischio che diventa tanto più debole quanto  più l’economia reale torna forte.

 La cornice adeguata va individuata in una logica di sistema.  Solo un piano di investimenti e il rafforzamento del patrimonio infrastrutturale ha la potenzialità di rilanciare il ruolo della terza città del paese e della sua area metropolitana nel contesto nazionale ed euromediterraneo. Napoli deve tornare ad essere questione nazionale. Nessuno può pensare che rigurgiti municipalistici o spinte a fare da sé possano essere d’aiuto. Sono riflessi di una stagione passata. La soluzione di realizzare più zone franche e poi lasciar fare al mercato appare altrettanto insufficiente. 
Presupposto indispensabile in questo senso diventa la collaborazione tra gli enti (Regione, comune e città metropolitana). Al momento non esistono le condizioni. Ma vanno create in breve tempo. Pur nelle differenze di approccio, solo questa ottica potrà aiutare a  individuare i problemi da risolvere e  impedire che dalla crisi ne esca ancora più indebolita la coesione sociale, che è l’altro corno del dilemma al sud. Napoli può affondare definitivamente nella sua crisi economica e politica o cogliere l’occasione per rilanciare il suo ruolo e la sua funzione come porta d’Europa e risorsa per il Mezzogiorno. Occorre una larga alleanza tra chi pensa che Napoli vada rilanciata e rafforzata creando nuovamente le condizioni per la partecipazione e la collaborazione di forze nuove e allargando la partecipazione alla società reale. Un’altra lezione lasciata dalla pandemia è che i destini di tutti sono connessi. Se un territorio e una città degradano nessuno si salva.

Raffaele Cimmino

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