La Consulta sulla revoca dei trattamenti assistenziali


di Alessandro Gargiulo

È costituzionalmente illegittima la norma che prevede la revoca delle prestazioni, comunque denominate in base alla legislazione vigente, quali l’indennità di disoccupazione, l’assegno sociale, la pensione sociale e la pensione per gli invalidi civili, nei confronti di coloro che scontino la pena in regime alternativo alla detenzione in carcere e, consequentur, la revoca nel caso di condanna per alcuni gravi reati di mafia e terrorismo (Corte Costituzionale, sentenza n. 137/2021, depositata il 2.7.2021).

La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 61, della legge 28 giugno 2012, n. 92 – Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita – perché in contrasto con gli artt. 3 e 38 Cost., nella parte in cui prevede la revoca delle prestazioni, comunque denominate in base alla legislazione vigente, quali l’indennità di disoccupazione, l’assegno sociale, la pensione sociale e la pensione per gli invalidi civili, nei confronti di coloro che scontino la pena per alcuni gravi reati legati all’ambito mafioso e terroristico in regime alternativo alla detenzione in carcere.
La norma è strettamente connessa, in via consequenziale, al precedente comma 58 (anch’esso censurato) il quale dispone la sanzione accessoria della revoca dei medesimi benefici assistenziali nel caso di condanna per medesimi reati di particolare allarme sociale, quali i reati di associazione terroristica o di eversione, sequestro di persona a scopo di estorsione, associazione mafiosa, scambio elettorale, strage e delitti commessi per agevolare sodalizi di stampo mafioso.
Per i giudici delle leggi, è irragionevole che lo Stato valuti un soggetto meritevole di accedere a tale modalità di detenzione e lo privi dei mezzi per vivere, quando questi sono ottenibili solo dalle prestazioni assistenziali. In altro passaggio chiave, si afferma che è pur vero che i condannati per i reati di cui all’art. 2, comma 58, l. n. 92/2012 hanno gravemente violato il patto di solidarietà sociale che è alla base della convivenza civile.
Tuttavia, attiene a questa stessa convivenza civile che ad essi siano comunque assicurati i mezzi necessari per vivere.
Tali mezzi non risultano garantiti proprio qualora la revoca riguardi il condannato ammesso a scontare la pena in regime alternativo al carcere, che deve quindi sopportare le spese per il proprio mantenimento, le quali, ove egli sia privo di mezzi adeguati, potrebbero essere garantite solo dalle ricordate emergenze pubbliche.
Proprio tale diversità di effetti della revoca delle prestazioni sociali su chi si trova in stato di detenzione domiciliare (o in altra forma di alternativa alla pena) rispetto a chi è detenuto in carcere determina una violazione dell’art. 3 Cost. trattando allo stesso modo situazioni soggettive del tutto differenti.
La revoca dei trattamenti assistenziali di cui alla disposizione oggetto di censura può inoltre concretamente comportare il rischio che il condannato ammesso a scontare la pena in regime di detenzione domiciliare o in altro regime alternativo alla detenzione in carcere, poiché non a carico dell’istituto carcerario, non disponga di sufficienti mezzi per la propria sussistenza.
Risulta palese la violazione dell’art. 38 Cost., per il quale ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale, dettando un principio assoluto che non ammetterebbe deroghe o eccezioni, in stretto collegamento con l’art. 2 Cost., che tutela e garantisce i diritti inviolabili della persona, imponendo un dovere di solidarietà economica e sociale non solo agli individui, ma anche e soprattutto allo Stato.

Delle due questioni sollevate, quella del Tribunale di Fermo è stata dichiarata inammissibile (a differenza di quella, poi accolta, del Tribunale di Roma) non emergendo dall’ordinanza di rimessione i motivi della revoca della prestazione richiesta, né la rilevanza di talune circostanze fattuali, né specificate le condizioni economiche del ricorrente.
L’ordinanza entrava nel cuore della possibile violazione dell’art. 25 Cost., in quanto la revoca delle prestazioni rappresenterebbe una sanzione accessoria alla condanna penale. Sarebbe evidente, infatti, la natura afflittiva della revoca, anche in termini di sacrificio che il condannato è tenuto a sopportare, privando lo stesso, in assenza di altre forme di assistenza, dei mezzi di sussistenza e mantenimento. 
La sanzione in oggetto, inoltre, non avrebbe alcuna attinenza o connessione con il reato o i reati commessi, con la conseguenza che la privazione imposta al reo risponderebbe a una finalità di carattere puramente punitivo e non preventivo, alla luce degli Engel criteria elaborati dalla Corte EDU.
In ogni caso viene riconosciuta la natura penale alla sanzione accessoria della revoca delle prestazioni assistenziali e trova in ogni caso applicazione il principio d’irretroattività della legge penale di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., che si applica anche alle pene accessorie. Pertanto, alla luce della storica sentenza n. 32 del 2020, non si potrebbe applicare ai fatti di reati inclusi nell’ombrello dell’art. 2 comma 58 prima dell’entrata in vigore della legge n. 92/2012.
Sul punto, il redattore scrive – nel dichiarare l’illegittimità consequenziale della norma che già in sede di cognizione obbliga il giudice a revocare le prestazioni assistenziali se deve condannare un uno dei delitti ostativi al mantenimento del beneficio economico – che l’illegittimità della revoca deriva dal pregiudizio al diritto all’assistenza per chi necessiti dei mezzi per sopravvivere, che deve essere comunque garantito a ciascun individuo, pur se colpevole di determinati reati.
Pregiudizio che resta il medesimo anche quando la revoca venga disposta dalla sentenza di condanna per i reati commessi successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 92/2012.

Alessandro Gargiulo

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