Giudizio abbreviato: illegittimità presunta?


CORTE COSTITUZIONALE, SENT. 29.10.2021 N. 208

di Alessandro Gargiulo

La questione di illegittimità sollevata dal GUP di Rimini si pone in una qualche continuità con quelle sollevate e decise, con pronuncia della Corte Costituzionale n. 260 del 2020, con la quale aveva riconosciuto la legittimità costituzionale dell’articolo 438, comma 1-bis, del c.p.p.. La disposizione, come è noto, esclude la possibilità per l’indagato di far ricorso al rito abbreviato per gli imputati accusati d’aver commesso reati astrattamente punibili con la pena dell’ergastolo.

La Corte Costituzionale aveva, nella pronuncia citata che peraltro si inseriva in un consolidato filone interpretativo, osservato come gli eventuali sbarramenti all’accesso ai riti alternativi potesse essere censurato solo allorché essi non risultino sorretti da alcuna ragionevole giustificazione.
Rilevato come detta irragionevolezza non fosse presente nell’introduzione del comma 1 bis dell’articolo 438 c.p.p., posto che non si tratta dell’unica disciplina che ritaglia un regime processuale differenziato in funzione dell’astratta gravità del reato oggetto del procedimento penale, il Giudice delle Leggi, ha individuato altra caratteristica della norma sottoposta al suo esame individuandone la ratio non solo nella volontà del Legislatore, esplicitamente dichiarata nella relazione di accompagnamento alla legge n. 33 del 2019, di evitare l’effetto premiale connesso al rito abbreviato ove l’accusa abbia ad oggetto delitti particolarmente gravi ma anche nell’intento di restituire l’accertamento di tali manifestazioni criminose al dibattimento pubblico e, soprattutto, alla competenza della Corte d’assise.
Giovi considerare che, come correttamente osservato dalla Corte di Costituzionale, la motivazione sottesa alla necessità di restituire l’accertamento dei fatti più gravi alla competenza della Corte d’assise, sia stata rinvenuta non nella relazione accompagnatoria della legge 33 del 2019 ma in quella afferente ad altro progetto di legge, con finalità identiche, ma mai approvato.
Il che non pare irrilevante ai fini di ricostruire la voluntas legis, che, nel caso che ci occupa, ovvero nel ricostruire le ragioni inerenti all’introduzione nel sistema dell’articolo 1 comma bis dell’articolo 438 c.p.p., pare essere rilevabile nell’esigenza “punitiva” più che in quella di restituire l’esercizio del potere giudiziale al “popolo” sovrano.
A fronte della pronuncia citata la partita relativa alla legittimità costituzionale dell’articolo 438 comma 1 bis del codice di rito, sembrava definitivamente conclusa, ma …
Il Giudice dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Rimini ha sollevato nuova questione di legittimità della norma aggredendola sotto differente profilo.
Il Giudice riminese ha, ovviamente, rilevato come il giudizio abbreviato non sia più ammesso per i delitti puniti in astratto con la pena dell’ergastolo, in forza della disposizione di cui all’art. 438, comma 1-bis, c.p.p., introdotta dall’art. 1, comma 1, lettera a), della legge n. 33 del 2019.
Evidenziando però come, nel caso concreto, una perizia assunta in incidente probatorio abbia già riconosciuto l’imputato nel giudizio a quo come totalmente incapace di intendere e di volere al momento della commissione del fatto e socialmente pericoloso, ancorché in grado di partecipare al processo, egli rimette, sottoponendolo al vaglio della Corte, su conforme richiesta del pubblico ministero, la questione se la disposizione in parola sia compatibile con l’art. 111, secondo comma, Cost. anche in casi come quello all’esame.

Il GUP ha dato atto della pronuncia n. 260 della Corte ma, ha ritenuto che la stessa non fosse capace di coprire anche la fattispecie concreta sottoposta al vaglio del Giudice delle leggi, proprio a cagione della particolarità del caso che, a detta dello stesso, risulterebbe incompatibile con l’articolo 111, secondo comma, della Costituzione in relazione alla specifica situazione di un imputato già riconosciuto con le garanzie del contraddittorio, incapace di intendere e di volere.
Le modalità con cui era stata accertata l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato, renderebbero del tutto superflua la celebrazione di un “processo dibattimentale e collegiale, che nulla potrebbe aggiungere al materiale probatorio già esistente e non potrebbe rafforzare in alcun modo i diritti della difesa”: nel caso di specie, l’incapacità di intendere e di volere dell’imputato sarebbe già stata “incontrovertibilmente accertata”, con conseguente inutilità del dibattimento, la prova essendo già “cristallizzata” e “non modificabile”.
Non a caso, l’art. 431, comma 1, lettera e), c.p.p. prevede l’inserimento nel fascicolo per il dibattimento dei verbali degli atti assunti nell’incidente probatorio, che saranno pertanto – unitamente alla stessa perizia – pienamente utilizzabili dalla corte d’assise per la decisione, in quanto assunti con tutte le garanzie del contraddittorio.
Né la celebrazione di un dibattimento innanzi alla corte d’assise potrebbe condurre, osserva il rimettente, ad un diverso esito sul piano sanzionatorio rispetto al giudizio abbreviato: in entrambi i casi, infatti, dovrà essere applicata soltanto una misura di sicurezza.
Conclude, pertanto, il giudice a quo che l’auspicata dichiarazione di illegittimità costituzionale della disposizione censurata «consentirebbe di definire il processo in tempi brevi senza inutile dispendio di preziose risorse organizzative, con l’applicazione, in via definitiva, di una misura di sicurezza e senza nessuna compressione del diritto di difesa»

L’Avvocatura generale dello Stato, intervenuta, richiedeva declaratoria di inammissibilità o comunque infondatezza, della questione sollevata, osservando come il difetto di imputabilità ritenuto da una perizia assunta in incidente probatorio non possa ritenersi un dato processualmente accertato sino a che sia intervenuto un vaglio da parte di un giudice, il quale ben potrebbe discostarsi dalle conclusioni peritali, che non assurgono mai alla valenza di prova legale.
Sottolineava altresì come l’allungamento dei tempi processuali, inevitabilmente connesso alla necessaria celebrazione di un dibattimento innanzi alla corte d’assise, non potrebbe dirsi irragionevole nemmeno nei casi in cui l’esito decisorio sia scontato, dal momento che il dibattimento sarebbe la sola forma di giudizio nella quale possono estrinsecarsi i diritti riconosciuti alle vittime del reato dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI.
Il Giudice delle leggi, ha preliminarmente affermato come la questione sollevata fosse ammissibile ma ne ha rilevata l’infondatezza.
Essa ha osservato come “le risultanze di una perizia assunta in incidente probatorio, relativa allo stato mentale dell’imputato al momento del fatto, attendono ancora di essere valutate dal giudice ai fini della decisione, e non assurgono certo al valore di prova “incontrovertibile” in giudizio, come assume invece il rimettente”.

La Corte prosegue indicando come a prescindere dal rito adottato, giudizio abbreviato o dibattimento, “le parti avranno infatti piena facoltà di porre in discussione le valutazioni peritali, eventualmente attraverso propri consulenti tecnici, e il giudice potrà sempre motivatamente discostarsi da quelle valutazioni, eventualmente previa nomina di un diverso perito.” Rilevando altresì come “sarà evidentemente possibile, per le parti, chiedere l’ammissione di prove e discutere su quelle acquisite in relazione a tutti gli altri elementi – positivi e negativi – del reato, a cominciare dalla sua effettiva commissione da parte dell’imputato”.
È risaputo quanto sia difficile, per non dire impossibile, ribaltare o modificare gli esiti di perizia assunta in sede di incidente probatorio, peraltro riconosciuto ed identificato quale mezzo di assunzione anticipata della prova (dunque quella perizia è prova) nel corso del dibattimento seguente alla celebrazione dell’incidente probatorio e come sia altrettanto difficoltoso porre in discussione le valutazioni peritali che, pure, sono già state oggetto di sollecitazioni ed osservazioni da parte dei consulenti di parti che con il perito hanno interloquito in sede di celebrazione di perizia disposta in corso di incidente probatorio.
È vero che il Giudice potrebbe discostarsi dalle risultanze della perizia ma, a fronte, dallo stesso dichiarata, necessità di far ricorso a scienza differente rispetto a quella dal medesimo padroneggiata appare ben difficile che egli si discosti dai risultati che egli non solo ha richiesto ma sollecitato ottenere.
Ci si troverebbe innanzi ad una vicenda ad una sorta di cortocircuito logico motivazionale posto che il Giudice avrebbe provveduto a nominare esperto di propria fiducia per poi discostarsi dal risultato che il proprio esperto gli rassegna, previo contraddittorio con le altre parti processuali.
La Corte Costituzionale prosegue nella disamina della questione osservando come la questione relativa all’inutilità di celebrazione di un dibattimento a fronte del prevedibile esito del processo con l’assoluzione dell’imputato per vizio totale di mente, sulla base delle risultanze della perizia assunta in incidente probatorio, che, ai sensi della prospettazione del giudice rimettente, priverebbe di senso l’obbligo di celebrare il dibattimento anche sotto il profilo del quantum della sanzione, posto che all’imputato dovrebbe al più essere applicata una misura di sicurezza, la cui durata non dipende dalla tipologia del rito con il quale il processo sarà celebrato.
Osserva come la sentenza n. 260 del 2020 abbia peraltro già sottolineato come tra le finalità ispiratrici della legge n. 33 del 2019 non vi fosse solo quella (emersa nella proposta di legge C. 392 del 27 marzo 2018) di conseguire un generale inasprimento delle pene concretamente inflitte per reati punibili con l’ergastolo, ma anche quella (evidenziata nella parallela proposta di legge C. 460 del 3 aprile 2018, poi assorbita nella prima) che rispetto ai reati più gravi previsti dall’ordinamento sia celebrato un processo pubblico innanzi alla corte di assise e non a un giudice monocratico, “con le piene garanzie sia per l’imputato, sia per le vittime, di partecipare all’accertamento della verità”.

Ad ogni buon conto, non è la durezza delle pene ma loro certezza ad offrire una qualche garanzia ed efficacia alla funzione generale e preventiva della sanzione.
Ultima motivazione fornita, dalla Corte ai fini di rigettare la richiesta declaratoria di illegittimità costituzionale della norma, viene ancorata alla permanente finalità, esistente anche a fronte di fatti di reato per i quali l’imputato non possa essere ritenuto personalmente responsabile in particolare perché non imputabile, dell’ordinamento a svolgere un processo pubblico avanti a una corte a composizione mista, con “partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia” (art. 102, terzo comma, Cost.).
In conclusione, l’articolo 438 comma 1 bis del c.p.p. mantiene la propria “posizione” all’interno dell’ordinamento ma la Corte nella propria motivazione pare indicare al Legislatore la necessità di intervento sul tema posto che Essa afferma, nel ribadire la non manifesta irragionevolezza o arbitrarietà della scelta legislativa effettuata con l’introduzione dell’articolo 438, comma 1-bis, c.p.p., la sua natura “discutibile sotto vari profili, e certo foriera di aggravi processuali”.

Alessandro Gargiulo

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