Referendum Giustizia: perchè votare sì. Lo spiega Felice Belluomo


Abbiamo chiesto a Felice Belluomo una spiegazione relativa alle ragioni del sì ai 5 quesiti referendari promossi da Radicali e Lega e per i quali gli italiani questo 12 giugno saranno chiamati alle urne. Egli approfondisce i quesiti della separazione delle funzioni tra magistrati e del limite alla custodia cautelare

Felice Belluomo è avvocato penalista cassazionista e Presidente della Camera Penale di Napoli Nord (Aversa – CE)

In Italia dobbiamo colmare, innanzitutto, un vulnus democratico di informazione. Si tende a parlare poco dei referendum ed è triste che neanche le forze politiche che hanno sostenuto questi referendum, oggi, ne parlino. Noi, in quanto avvocati, siamo chiamati a spiegare, a parlarne e ad argomentare anche la pluralità di idee, i rispettivi Sì e No, perché – come professionisti della legge – dobbiamo fare della democrazia un momento di cultura identitaria.
E in quanto componente dell’UCPIUnione Camere Penali italiane, ho raccolto diverse firme per una legge di iniziativa popolare, che ancora pende in Parlamento, per la separazione delle carriere.

La separazione delle funzioni tra pm e giudici

La separazione delle carriere è, per l’appunto, uno dei cinque quesiti referendari che troveremo sulle schede domenica 12 giugno, per la Riforma della Giustizia. Noi andremo a votare un referendum abrogativo, che tende ad abrogare una parte dell’ordinamento giudiziario in cui, attualmente, è consentito ad un magistrato – dopo la vittoria di un concorso – di passare dalle funzioni requirenti a quelle inquirenticioè da Pubblico Ministero a Giudice e viceversa.Passaggio che, qualora vincesse il Sì, non sarà più consentito. Ciò significherebbe che il magistrato, all’inizio della propria carriera, dovrà scegliere dove voler prestare il suo servizio. I fautori del ‘No’ dicono che, in questo modo, si tenderebbe in parte a sottomettere soprattutto il Pm al potere esecutivoe che ci sarebbero, altresì, rischi di copertura in alcune zone, causati dalla volontà dei più di fare il Magistrato. Chi coprirebbe poi i posti da Pubblico ministero? Le ragioni del ‘Sì’,invece, sono le ragioni che condivido. Partono dalla valutazione che sia singolare, da parte di Anm e delle forze politiche, rispolverare l’argomento del ‘rapporto Magistratura-Politica’ come minaccia all’indipendenza del sistema giudiziario: questo, quando il Caso Palamara – che ha scoperchiato per noi un qualcosa di ovvio – ha dimostrato che l’osmosi con la politica e la contiguità con le stesse forze politiche siano da tempo realtà proprie della Magistratura.
La separazione delle funzioni, allora, riteniamo possa garantire maggiormente l’autonomia del magistrato. Perché attualmente Magistrati e PM fanno lo stesso percorso, hanno lo stesso organo di controllo e la stessa rappresentanza sindacale nell’Anm: vi sono, quindi, una promiscuità e una contiguità particolarmente rilevanti. Il giudice, tuttavia, prima ancora di essere imparziale deve ‘apparire’ imparziale, così come il PM. Ritengo che sarebbe opportuna, tuttavia, una separazione delle carriere che preveda un doppio Csm e un doppio concorso. Una distinzione netta delle funzioni requirenti da quelle giudicanti. Questo è il mio auspicio, che il referendum possa essere un segnale verso questa direzione per il sistema politico. Queste richiese sono contenute anche nella proposta di legge popolare che ha presentato l’Unione delle Camere Penali, con oltre 50mila firme raccolte, aggiunge l’avvocato e Presidente Felice Belluomo. Ho coniato anche un motto: non sono a favore della separazione delle carriere, ma del divorzio delle carriere.Questa espressione dà l’immagine calzante di due parti processuali, distinte e distanti.
Il giudice Giovanni Falcone – che viene generalmente preso a modello – in un’intervista concessa a Mario Pirani nel 1991, era uno dei più arditi sostenitori della separazione delle carriere. Infatti affermava:

‘Il Pubblico ministero non deve essere come oggi una specie di para-giudice ed è veramente singolare che chi, come me, richiede che siano figure strutturalmente differenziate, nelle competenze e nelle carriere, viene bollato come nemico dell’indipendenza del Magistrato. È veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione e la specializzazione del PM con questioni istituzionali totalmente distinte’ “. 

Limiti agli abusi della custodia cautelare

Sta venendo fuori il concetto che con il ‘Sì’ a questo quesito referendario possa scatenarsi un ‘Tana libera tutti’, ma non è assolutamente così. Con questo quesito abrogativo, si vuole abrogare quella parte che consente di applicare la misura della custodia cautelare in carcere, indistintamente, per qualsiasi tipo di reato. In Italia abbiamo misure cautelari di tipo custodiale (come il carcere e gli arresti domiciliari) e quelle non custodiali (come l’obbligo di firma, obbligo di dimora, obbligo di presentazione alla P.G).
Nel nostro Paese, tuttavia, c’è una visione tendenzialmente sanzionatoria, il pensiero comune è ‘Tutti in carcere’: si pensa, quindi, che la prevenzione detentiva possa contribuire a debellare fenomeni criminali. 
In questo modo, però, la Magistratura potrebbe perdere di vista la funzione principale del processo, l’accertamento. In Italia abbiamo 1/4 dei detenuti in carcerazione preventiva, per cui sono presunti innocenti da Costituzione ma, d’altra parte, sembra che lo Stato non creda nella presunta innocenza consentendo, appunto, la custodia cautelare in carcere. Misura che noi, invece, riteniamo si debba applicare solo nei casi che possono destare un forte allarme sociale, senza applicazione indistinta come avviene nella realtà.
Vorremmo che, attraverso questa via referendaria, si recuperassero quei principi di adeguatezza e proporzionalità nell’applicazione delle misure cautelariche vengono, spesso, sbandierati nei convegni, ma che non trovano applicazione pratica nel quotidiano. La custodia cautelare è una misura che non si limita a privare un individuo della libertà personale, ma che lo porta ad essere riconoscibile nel contesto sociale: il soggetto finisce in prima pagina sul giornale e inizia a subire il processo mediatico. Soprattutto da parte di chi è esterno al mondo della Magistratura si guarda sempre più al clamore mediatico e sempre meno alla sentenza definitiva. In questo modo passa in secondo piano la verità dei fatti, ciò che verrà fuori soltanto alla fine di un regolare processo.

Felice Belluomo

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