In principio fu la donna a prendersi gioco dell’uomo e a condannarlo ad un’esistenza tutt’altro che paradisiaca! Forse è proprio dall’allora che la donna sta ancora pagando lo scotto per quel torto commesso…


Roma, 3 aprile 2008 – Rischia una condanna per violenza sessuale il marito che, sotto la minaccia di scenate e discussioni violente davanti ai figli, pretende di avere rapporti sessuali con la moglie che, invece, non lo ama più e acconsente alle sue voglie solo per evitare discussioni violente in casa”.

“Roma, 21 luglio 2008 – I jeans non sono paragonabili a una specie di “cintura di castità” e, dunque, non possono essere considerati un ostacolo a una violenza sessuale. Lo rileva la Cassazione confermando la condanna alla pena (sospesa) di un anno di reclusione inflitta ad un uomo dalla Corte d’appello di Venezia per violenza sessuale”.

“Prato, 3 gennaio 2009Doveva salire su un treno alla stazione di Prato Centrale, forse per raggiungere i figli che abitano in un’altra regione, quando ancora non era scoccata la mezzanotte di San Silvestro. Ma il suo viaggio è stato ben diverso da quello che si può vivere in uno scompartimento”.

“Londra, 14 marzo 2009Potrebbero essere molte di più le vittime di John Worboys, il tassista inglese incriminato ieri da un tribunale di Londra per ben 19 reati di natura sessuale contro 12 sue clienti. Lo rivela oggi il quotidiano The Times, citando fonti investigative. “La verità è che non sapremo mai quante vittime Worboys ha aggredito, potrebbero essere facilmente centinaia”

“Milano, 06 aprile 2009 – La cerniera dei pantaloni abbassata, una banconota da 10 euro in mano. “Ti apparti con me?”. G.C., 29enne italiano, incensurato, ieri alle 8 circa ha avvicinato una 30enne italiana in via Gallarate”.

Il reato di  violenza sessuale, secondo la definizione del codice penale italiano, ex art. 609 bis si consuma nel caso in cui: Chiunque, con violenza o minaccia o abuso di autorità, costringa taluno a compiere o subire atti sessuali, ed è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;

2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Nel tempo il concetto di “violenza sessuale” si è mutato ed ampliato contestualmente   all’evoluzione della figura della donna nell’ambito sociale, spezzando le antiche catene che la relegavano al mero ruolo di “angelo del focolare”, sottomesso alla potestas del pater familias.

I miti dell’antichità sono pieni di scene di rapimento e di stupri a danno di vergini vestali, di ninfe del bosco e di comuni fanciulle. A questo punto la domanda sorge spontanea: ma il rapimento, sfociato in matrimonio di Andromaca da parte di Ettore, o la violenza su Rea Silvia da parte del dio Marte che ha portato la nascita del leggendario fondatore di Roma, ovvero il mito del ratto delle Sabine, finalizzato alla nascita dell’impero romano, possono considerarsi delle vere e proprie violenze sessuali?!?

Lo stesso Plutarco nella “Vita di Romolo” (14, 7-8) sostiene che lo stesso Romolo riuscì a placare gli animi delle fanciulle sabine, con l’andare del tempo, sembra che l’ira delle ragazze andò affievolendosi grazie alle attenzioni ed alla passione con cui i Romani le trattarono nei giorni successivi.

Con il passare del tempo si avverte un maggior senso di riprovevolezza sociale nei confronti  di un atto di violenza sessuale nei riguardi della donna, tant’è che nella Bibbia,(Deuteronomio 22,23-29)  si legge che, quale conseguenza di un gesto simile fosse previsto il “matrimonio riparatore”,  una sorta di risarcimento dovuto per aver leso l’onere della donna, giacchè quest’ultima non sarebbe più potuta essere presa in moglie da nessun altro uomo.

A distanza di venti secoli la vicenda della giovane Franca Viola, diciottenne siciliana, sequestrata e violentata da un suo spasimante respinto rifece tornare in auge la problematica del matrimonio riparatore, previsto e regolamentato dal’art. 544 del Codice Rocco, secondo cui “l’accusato di delitti di violenza carnale, anche su minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso di matrimonio con la persona offesa”. Fu proprio il rifiuto della vittima stessa a sottostare ad una simile condizione, a far sì che il matrimonio riparatore venisse poi considerato come una seconda ulteriore violenza ai danni della donna. Su questa scia, negli ani ’70, il movimento di liberazione delle donne si fece fautore dei primi centri di accoglienza delle vittime degli stupri, incidendo fortemente sull’opinione pubblica e determinando la riclassificazione dei reati di stupro  e di violenza sessuale non più tra i “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”, bensì in un’accezione privatistica tra i delitti contro la persona.

Il risultato della predetta inversione di rotta è l’art. 609 bis e ss. c.p. che, contemplando una definizione più vasta del reato di violenza sessuale, tipizzano come tale e conseguentemente puniscono non solo lo stupro, inteso quale congiunzione carnale non consensuale,  ma in senso lato, qualsiasi limitazione dell’autodeterminazione sessuale della persona offesa.

Di recente è considerato reato di violenza sessuale ex art. 609 bis c.p. anche il cd. reato di  stalking, ossia ripetuti atteggiamenti molesti ed insistenti nei confronti della vittima, quali, telefonate, pedinamenti, lettere minatorie, atti osceni.

La violenza sessuale non lede la vittima solo sotto il mero profilo dell’integrità fisica, ma anche e soprattutto ne distrugge l’equilibrio psichico e morale; difatti anche le vittime più forti, che hanno trovato il coraggio di sporgere denuncia, sono ugualmente preda di shock e di stati confusionali depressivi e quotidianamente costrette a rivivere nei loro pensieri o nei loro incubi le scene della drammatica violenza subita.

La donna in assenza di un valido e efficace aiuto specialistico, diviene vittima di un processo di auto colpevolizzazione, che la fa cadere sempre di più in una spirale autodistruttiva, ricorrendo spesso all’utilizzo di alcool e sostanze stupefacenti al fine di lenire il proprio dolore e sopportare la vergogna per un accaduto che spesso la vittima considera giusta conseguenza di un suo atteggiamento. Questo senso di colpa che paradossalmente porta la donna a giustificare il suo aggressore e conseguentemente a non denunciarlo è maggiormente presente nei casi in cui la violenza sessuale si consuma tra le quattro mura domestiche.  Spesso infatti, “ l’orco’ ha le chiavi di casa” e non lo si riconosce! Sono tanti i casi di donne che subiscono ogni giorno violenza fisica, sessuale o psicologica da parte del proprio dal partner. Non costituisce circostanza attenuante nel reato di violenza sessuale il fatto che vittima e carnefice condividano lo stesso letto; così il trauma post- violenza patito dalla donna è il medesimo di quello che discende da una violenza consumata da un perfetto estraneo in un qualsiasi vicolo cittadino.

Manifestare alla propria partner l’intenzione di avere rapporti sessuali, costringendola ad averne contro la sua volontà, ed arrivando per tale scopo perfino alle minacce, alle umiliazioni, alle percosse, il più delle volte dinanzi ai figli, non può trovare un’esimente nell’adempimento di un obbligo derivante dalla vita di coppia, bensì  integra completamente tutti gli estremi del reato di violenza sessuale.

Su tale questione si è pronunciata la Suprema Corte di Cassazione penale con sentenza n. 3343 del 2002, relativamente all’ipotesi del marito che segue la moglie in bagno, statuendo che detto comportamento viola le più elementari norme sulla privacy, integrando, dunque, il reato di violenza sessuale.

A favore della vittime delle violenze sessuali sono stati istituite sia associazioni private, volte a fornire un sostegno psicologico, sia aiuti di derivazione statale, quali oltre al patrocinio legale gratuito a spese dello Stato in deroga ai limiti di reddito ordinariamente previsti dalla legge, anche il  Fondo sicurezza e il Fondo per le vittime di violenza sessuale, per evitare che il dolore subito non resti  privo di giustizia e sprofondi in un silenzio equivalente ad un’implicita accettazione e giustificazione del gesto subito.

 Avv Eleonora Flammia – Dott.ssa Gaia Ferro del Giudice

giugno 2009

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